Il mio pranzo di Pasqua è stato un misto fra tradizione e innovazione. Come sempre cerco un po’ di stupire, ma con quattordici persone a tavola devo per forza fare i conti con lo spazio limitato della cucina, con le non numerose risorse di piatti e bicchieri, e con la voglia di fare tutto o quasi da me.
Di solito faccio degli antipasti impiattati, ma questa volta ho fatto vassoi di antipasti e li ho sistemati su un tavolo satellite lasciando ai commensali la possibilità di servirsi da soli. Ho preparato delle tartine tagliando il pane da tramezzini con un coppapasta circolare e ho messo vari strati di pietanze, dal prociutto cotto agli asparagi lessati alle rondelle di wurstell, alle olive, alla maionese, lo spicchietto di limone, e sopra in bella mostra un occhio di bue di ovetti di quaglia, fritti uno ad uno in padella dentro il coppapasta per avere la stessa circonferenza delle tartine. Ora il problema è quello della gelatina, che se la metti molto liquida finisce per bagnare troppo il pane, così ho messo gelatina un po’ rappresa (ma appena appena) strato per strato con passaggi intemedi nel congelatore. Altro antipasto, dei crostini toscani di fegatini di pollo e sugo di carne, per continuare la tradizione; poi mortadella con asparagi e tartufo, insalata di soppressata toscana, cubetti di pecorino stagionato condito con olio e olive secche, fette di salame di cinghiale. E poi una terrina di anatra e carne di maiale al porto preparata un po’ di gioni fa e poi congelata sottovuoto. Per finire, caprini con erbe aromatiche. Per continuare la tradizione ho iniziato i primi piatti con un brodo di gallina e passatelli fatti al momento con pangrattato 400g, grana grattugiato 400g, 10 uova, noce moscata e scorza di limone tutti impastato con la planetaria e poi passato allo schiacchia patate direttamente nel brodo in ebollizione. Come secondo primo piatto, fatti dalla sera prima, dei cannoli di pasta colorata (impastata a mano con una parte gialla a base di zafferano, una parte rossa a base di concentrato di pomodoro, una parte verde a base di spinaci lessati, e una parte nera con neri seppia) riempiti con ragù di carne e ricotta, passati al forno con besciamella e grana grattugiato.
Ho iniziato i secondi piatti con un bollito fumante di gallina in salsa verde e cotechino, poi, sempre preparato il giorno prima, il peposo alla fornacina, fatto con due kg di muscolo di manzo fatto sobbolire per quatto ore nel vino rosso con venti chicchi di pepe appena schiacciato, sei spicchi d’aglio e un mazzetto di aromi, (salvia rosmarino timo e alloro). Il muscolo di manzo, molto fibroso e cartilaginoso, nella cottura lunga fonde le parti di collagene ammorbidisce la carne e la rende molto saporita. Come piatto forte ho passato al forno due kg e mezza di campanello, farcito con foglie di verza, salsiccia, pane bagnato nel latte e olio al tarufo. Legato ben bene, passato in padella e poi in forno fino alla temperatura interna di 60°. Poi tagliato a fette di 1.5cm, un pizzico di sale di Camargue e per contorno, scalogni stufati nel vino rosso, fagioli rossi di Ragusa, insalata di songino con aceto balsamico. Per i vini, varie bottiglie di qualità dallo Champagne ai nero d’avola siciliani, ai Chianti classico. I dolci portati dagli ospiti, ottima qualità, da una Sacher interpretata alla perfezione al tradizionale e immancabile titramisu. Si sa, io, non sono un pasticcere….
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